Sulle pendici occidentali del monte
Tancia, in una parete di roccia calcarea a picco, si apre una grotta naturale.
In uno dei suoi anfratti, fino a due decenni fa quando fu asportata, si poteva
osservare nell'oscurità una figura femminile seduta, scolpita rozzamente
in una stalattite. Molte sono state le suggestioni che questa immagine ha suscitato
nel tempo, lasciando ampi varchi all'immaginazione. Indubbiamente nella rozza
statuetta andava riconosciuta una dea madre, una divinità quasi certamente
dell'età del ferro, che può essere collegata a culti sulla fertilità
e sulla fecondità, ampiamente diffusi in quel periodo anche in aree contermini.
Una immagine simile è venerata, ad esempio sempre in Sabina, alla Madonna
del Monte a Borbona. La statuetta, alta 44 cm e larga tra
i 9 ed i 12 cm, è stata spesso identificata con la dea Vacuna, una divinità
caratteristica dei Sabini, legata al culto dei boschi e delle acque e che ha lasciato
molte tracce sia nelle fonti letterarie, sia nelle epigrafi, sia nei toponimi.
E' possibile, anche se va precisato che l'identificazione non è certa;
ma è dall'alto medioevo, grazie alla particolare ricchezza delle fonti
farfensi, che la grotta del Tancia assume un ruolo preminente nella storia della
Sabina. Secondo la leggenda agli inizi del IV secolo d.C. un serpente pestifero
si era insediato nella grotta e da li insidiava la vita degli abitanti del luogo.
Dio però, sollecitato dalle loro preghiere, decise di porre fine alla sua
opera. Testimone del prodigio fu papa Silvestro, rifugiato sul monte Soratte.
Una notte il pontefice, mentre era raccolto in preghiera, vide scendere dal cielo
due angeli seguiti da tuoni e da fulmini che illuminavano di luce corrusca il
monte Tancia ed atterrivano il drago, che si rifugiò in uno dei recessi
dell'antro, ma gli angeli non gli diedero tregua e lo cacciarono dal suo rifugio.
Papa Silvestro decise allora di dedicare la grotta a S. Michele, dove si recò
l'8 maggio, accompagnato da una gran folla di fedeli.
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Top La leggenda evoca ovviamente
la sconfitta del paganesimo e dell'idolatria, non a caso gli accadimenti sono
collocati all'epoca di papa Silvestro (314-335), che segnò l'affermarsi
ed il riconoscimento ufficiale del cristianesimo. Il culto di S. Michele ebbe
notevole diffusione in Italia centro-meridionale in età longobarda, basti
ricordare il celeberrimo santuario del Gargano, agevolato dalla rappresentazione
guerresca del santo. Anche il nostro santuario in VIII secolo appartenne al demanio
spoletino, fin quando lo stesso duca Ildeprando, tra il 773 ed 775, lo donò
a Farfa con i boschi e le faggete intorno ad esso. Il santuario di S. Michele,
con il monastero che gli sorse poi intorno, divenne progressivamente un punto
di forte gravitazione non soltanto religiosa, ma anche sociale ed economica dell'intera
area. Numerose sono le donazioni pie ricordate dalle fonti farfensi che attestano
con chiarezza la sempre crescente importanza che la grotta di S. Michele venne
man mano acquisendo. Non a caso nel 1051 scoppiò una
violenta controversia tra l'abate di Farfa Berardo I ed il vescovo di Sabina Giovanni
sul possesso del santuario, concesso a quest'ultimo dall'abate Ugo I. Il vescovo
Giovanni, armi alla mano, per riaffermare i suoi diritti su S. Michele ne distrusse
l'altare e portò via le sacre reliquie. Sulla via del ritorno verso l'episcopato,
nonostante il cielo sereno, scoppiò una violentissima tempesta frammista
di pioggia, di grandine e di folgori. Il povero vescovo, per cercare di ripararsi,
si allontanò dal sentiero e qui accadde un miracolo, dato che nel luogo
dove venivano deposte le reliquie non piovve né grandinò. Cessata
la tempesta il vescovo Giovanni se ne tornò all'episcopio fortemente intimorito.
Qui però la stessa notte fu colpito da una emiparesi. Venuto a conoscenza
di quanto era accaduto, l'abate Berardo I si precipitò al S. Michele accompagnato
da un vescovo straniero, ospite a Farfa in quei periodo, e da uno stuolo di armati,
dove programmò una congrua risistemazione dell'altare e vi fece collocare
nuove reliquie.
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Top Il semiparalizzato vescovo
Giovanni, in parte pentito per quanto aveva fatto, tornò alla grotta riportando
le reliquie asportate e ricollocandole al loro posto, salvo però levare
contro Berardo I aspre lagnanze in un sinodo, rivolte poi al papa Leone IX, che
dette invece ragione all'abate di Farfa. La questione ovviamente non si sopì
di certo e fu ripresa più volte con alterne vicende, che mano a mano scemarono
di intensità, in parallelo con la perdita di importanza, da un punto di
vista economico e sociale, del santuario di S. Michele, che pure rimase nel tempo
radicato nella memoria storica locale, meta di culti cristiani, ma anche di pratiche
magiche, celebrate di norma il venerdì dopo il plenilunio. Oggi la grotta
di S. Michele conserva ancora tracce consistenti del suo passato. Salendo lungo
la scalinata malcerta si accede finalmente alla grotta, lasciando in basso i resti
delle strutture del monastero che ospitava i monaci. Entrando si nota subito l'altare
sovrastato dal ciborio costituito da due colonne, dai rispettivi capitelli che
sostengono la copertura a timpano. Il ciborio, voltato nella
parte inferiore, è rivestito da due strati di affreschi, di cui l'ultimo
e meno pregevole è una ridipintura del precedente. Sull'archivolto del
ciborio il busto del Cristo è circondato dai simboli apocalittici dei quattro
evangelisti, mentre sul fondo della lunetta, al di sopra dell'altare si intravvede
l'immagine della Madonna con il Bambino; l'Agnus Dei è affrescato invece
sulla fronte del ciborio, con ai lati probabili immagini di profeti che si inchinano
reverenti, pur se gli storici dell'arte non sono troppo in sintonia sulla ricostruzione
dell'iconografia di S. Michele. Sia l'altare che il ciborio e gli affreschi
dello strato inferiore possono essere ragionevolmente datati alla seconda metà
dell'XI secolo, non a caso le fonti farfensi ricordano l'altare che Berardo i
progettò di far ricostruire dopo la profanazione del vescovo Giovanni. Sulla
parete della grotta, verso la finestra che illumina fiocamente l'ambiente, ancora
affreschi bassomedievali una Vergine Maria con il Putto, un S. Michele splendente
nella sua corazza dorata. Penetrando nell'oscurità sulla sinistra della
grotta si apre uno stretto e basso speco sul fondo del quale, fino ad ventennio
fa alla luce delle torce elettriche, moderne fiaccole, si poteva scorgere l'immagine
della divinità pagana, ricordo di millenni di storia.
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